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L'Azione Cattolica Italiana, sorta per
iniziativa di un gruppo di giovani, benedetta poi e
raccomandata dai Papi e dai Vescovi, ha avuto nella sua
storia, trasformazioni profonde, in correlazione con le
vicende della Chiesa e della società italiana. Essa è stata,
durante l'intero arco della sua vita, un annuncio di quella
corresponsabilità dei laici nella costruzione e missione
della Chiesa che il Concilio Vaticano II ha poi solennemente
affermato. Il suo compito è oggi quello di contribuire a
realizzare questa pienezza di corresponsabilità di tutti i
membri del Popolo di Dio per l'attuazione del Concilio.
Il Concilio Vaticano II ha indicato la
strada di un rinnovamento della Chiesa come "un popolo
adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo" (L.G. 4), come "comunità di fede, di
speranza e di carità", quale organismo visibile fondato
da Gesù Cristo attraverso il quale Egli diffonde su tutti la
verità e la grazia. "Questo Popolo di Dio, governato dal
successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con Lui"
(L.G. 8) cammina nella storia della umanità per trasformarla
in storia di salvezza proclamando la morte e la resurrezione
del Signore finché Egli venga (cfr. acclamazioni durante la
nuova preghiera eucaristica e L.G. 8). La Chiesa è una
comunione che ogni giorno cresce nell'ascolto della Parola,
nella celebrazione eucaristica, nella vita di carità.
All'edificazione della Chiesa, a questa
crescita nella comunione in Cristo e, per il Suo Spirito, con
il Padre e con i fratelli, tutti sono chiamati a contribuire.
Tutti infatti sono destinati dal Signore all'apostolato per
mezzo del Battesimo, della Cresima e dell'Eucarestia. i laici
vi portano la ricchezza comune di fede e di grazia vissuta
nell'esperienza specifica della concreta partecipazione alla
quotidiana vicenda della società umana (1).
Nella Chiesa i diversi ministeri, doni
e carismi sono stati stabiliti e dati per la crescita della
comunità e l'adempimento della sua missione.
Il formarsi di associazioni di
apostolato è insieme segno di questa comunione e scuola ed
impegno di vita e di servizio ecclesiale; è uno dei doni per
la edificazione della Chiesa (2). La loro varietà e
originalità poste al servizio della comunità contribuiscono,
infatti, a quella pienezza di comunione e a quella
corresponsabilità universale alla missione della Chiesa che
il Concilio ha annunciato, ma che i cristiani devono
concretamente attuare facendosi collaboratori dei disegni di
Dio e dell'opera dello Spirito.
Tra le varie forme di apostolato
associato, il Concilio ricorda in particolare "quelle che
sebbene abbiano seguito modi diversi di operare, tuttavia
hanno prodotto abbondantissimi frutti nel Regno di Cristo, e
meritatamente raccomandate e promosse dai Romani Pontefici e
da molti Vescovi, hanno avuto da essi il nome di Azione
Cattolica " (A.A. 20). I Padri conciliari le hanno
identificate attraverso quattro note che prese tutte insieme
le caratterizzano (3). A tali note si ispira il presente
Statuto.
Nessuna associazione, tuttavia, può
oggi sostituire l'impegno della comunità o la sua voce
accanto al Vescovo. Per questo il Concilio ha previsto degli
organismi che siano in grado di esprimere le esigenze e le
proposte della comunità e si pongano accanto al Vescovo per
aiutarlo nelle sue scelte pastorali. A tal fine il Concilio ha
raccomandato in particolare l'istituzione dei Consigli
Pastorali quali organismi consultivi dei Pastori, che debbono
tendere ad avere il massimo di rappresentatività di tutta la
comunità (sacerdoti, religiosi, laici organizzati e non
organizzati).
L'Azione Cattolica Italiana da parte
sua è una associazione di laici che liberamente si riuniscono
per fini formativi, di studio e di azione pastorale; essa deve
fermentare e servire la comunità ecclesiale accanto alle
altre forme associate e a tutte le forze vive della comunità;
con esse - insieme al clero ed ai religiosi - deve offrire al
Vescovo la propria attiva collaborazione per promuovere la
costituzione e il buon funzionamento dei Consigli Pastorali.
Il pieno sviluppo della vita e della comunità ecclesiale
richiede all'Azione Cattolica Italiana un impegno umile e
generoso nell'adempiere al suo compito specifico di riunire,
esprimere e formare gruppi di cristiani che si associano nel
desiderio di rendere più responsabile ed efficace il loro
servizio pastorale alla comunità, e che si danno carico
dell'insieme dei suoi bisogni, della globalità della sua
missione.
Ciò che caratterizza l'Azione
Cattolica è infatti l'assumere, come propria finalità
essenziale, non questo o quel campo di apostolato, ma il fine
stesso apostolico della Chiesa nella sua globalità.
Attraverso l'incontro, l'esperienza e l'impegno della
associazione, l'Azione Cattolica si propone la maturazione dei
suoi soci - e attraverso di essi di tutto il laicato - alle
loro responsabilità ecclesiali; e si propone insieme di
collaborare con l'esperienza e con i doni propri dei laici al
ministero della Gerarchia, perché essa possa più facilmente
svolgere il suo servizio di unità nella comunione ecclesiale
e nella missione totale della Chiesa.
Per essere in questo senso servizio e
fermento nella comunità ecclesiale, l'Azione Cattolica dovrà
anche saper vivere in comunione e collaborare in fraternità
con tutte le espressioni antiche e nuove della comunità della
Chiesa ed essere attenta alle esigenze dei diversi ambienti e
delle diverse mentalità perché, con l'apporto di ognuno e la
reciproca comprensione, i cristiani siano tutti una cosa sola
e il mondo li riconosca e creda.
In questa prospettiva si pone quella
diretta collaborazione con la Gerarchia che pure caratterizza
l'Azione Cattolica e la fa pienamente disponibile al ministero
e alla guida della Gerarchia. Essa è immediata collaborazione
con il Vescovo "visibile principio e fondamento di unità"
nella comunità della Chiesa locale (L.G. 23, 1; 33, 3), con
l'azione pastorale dell'Episcopato italiano riunito nella
C.E.I. (C.D. 37 e sg.) e con il Papa che presiede alla
comunione universale di carità (L.G. 13).
Anche la presenza del Sacerdote
Assistente fra i laici di Azione Cattolica, nel suo ufficio
ministeriale ed ecclesiale, ha un suo valore e significato
profondo ed ha promosso nella Chiesa una collaborazione
fraterna nell'apostolato fra sacerdoti e laici, nello scambio
dei reciproci doni e nel comune impegno a servizio di tutti i
fratelli.
L'Azione Cattolica nasce e si sviluppa
come consapevole corresponsabilità nella Chiesa e come
impegno missionario: per questo fa suo il compito di
evangelizzazione e di santificazione e quello di formazione
cristiana delle coscienze degli uomini, perché lo spirito
evangelico viva nel cuore di ciascuno e nelle varie comunità
e nei vari ambienti. Essa intende l'apostolato come servizio
di una carità che partecipa ai fratelli il dono del Vangelo
che ha ricevuto e promuove nei suoi aderenti una coerenza tra
fede, carità e vita.
A questo fine pone come essenziale
l'impegno della risposta personale e comunitaria
all'universale vocazione alla santità, punto centrale
dell'insegnamento del Concilio (L.G. 40) e momento
indispensabile per ogni rinnovamento della Chiesa e della sua
missione.
Il carattere essenzialmente religioso e
apostolico dell'Azione Cattolica Italiana la impegna ad una
costante attenzione alla realtà quotidiana della società in
cui vive ed in particolare al mondo del lavoro e al mondo
della cultura; e le richiede lo sforzo di leggervi, con i
"segni dei tempi", i bisogni e le speranze
religiose, e di aiutare tutti i cristiani a vivere con
pienezza accanto ai fratelli la realtà in cui la Provvidenza
li ha posti.
La profonda trasformazione della Chiesa
per realizzare il rinnovamento richiesto dal Concilio e il
rapido mutamento della società italiana chiedono oggi
all'Azione Cattolica Italiana una ancor più accentuata
disponibilità. Per questo pure la sua organizzazione deve
poter rispondere alle esigenze reali delle diverse diocesi e
agli adeguamenti resi via via necessari da nuove situazioni,
anche attraverso una più agevole modificazione delle relative
norme. Ciò potrà anche richiedere una verifica a scadenza
non lontana dell'intero Statuto.
L'Azione Cattolica italiana vuole
essere un gruppo di cristiani che, raccogliendo il rinnovato
invito dei Pastori (4), si dà attivamente carico della
missione della Chiesa e dei suoi grandi problemi, e che,
sceglie per affrontarli la strada di un servizio nella carità
e di una stretta unione con i Vescovi e con il Papa. Per
questo i laici aderenti all'Azione Cattolica liberamente si
associano e, ben consapevoli del loro limite e della loro
povertà, si sforzano tuttavia di offrire alla Chiesa che si
rinnova il contributo di formazione, di preghiera, di carità,
di esperienza, di riflessione, di proposta, di organico
servizio, di impegno apostolico, che l'associazione consente e
promuove, e che si pone accanto agli altri doni che lo Spirito
distribuisce e suscita nel Popolo di Dio. |
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MOLTEPLICITA' DI FORME
DELL'APOSTOLATO ASSOCIATO (Decr. "Apostolicam Aquositatem",
19)
19. Grande è la varietà delle associazioni apostoliche
alcune si propongono il fine apostolico generale della Chiesa;
altre in particolare il fine dell'evangelizzazione e della
santificazione; altre attendono ai fini dell'animazione
cristiana dell'ordine delle realtà temporali; altre rendono in
modo speciale testimonianza a Cristo con le opere di
misericordia e di carità. Tra queste associazioni vanno
considerate in primo luogo quelle che favoriscono e rafforzano
una più intima unità tra la vita pratica dei membri e la loro
fede. Le associazioni non sono fine a se stesse, ma devono
servire a compiere la missione della Chiesa nei riguardi del
mondo: la loro incidenza apostolica dipende dalla conformità
con le finalità della Chiesa, nonché dalla testimonianza
cristiana e dallo spirito evangelico dei singoli membri e di
tutta l'associazione. Inoltre la missione universale della
Chiesa, in considerazione del progresso delle istituzioni e
sotto la spinta del rapido evolversi della società odierna,
richiede che le iniziative apostoliche dei cattolici
perfezionino sempre più le forme associate in campo
internazionale. Le organizzazioni internazionali cattoliche
raggiungono meglio il proprio fine, se le associazioni che ne
fanno parte e i loro membri sono più intimamente uniti ad esse.
Salvo il dovuto legame con l'autorità ecclesiastica i laici
hanno il diritto di creare associazioni e guidarle, e di aderire
a quelle già esistenti. Occorre tuttavia evitare la dispersione
delle forze che si ha allorché si promuovono nuove associazioni
e opere senza motivo sufficiente, o si mantengono in vita, più
del necessario, associazioni o metodi invecchiati; né sarà
sempre opportuno che forme istituite in una nazione vengano
portate indiscriminatamente in altre.
L'AZIONE CATTOLICA (Decr. "Apostolicam
Actuositatem", 20)
20. Da diversi decenni i laici sono andati consacrandosi
sempre più all'apostolato in molte nazioni e si sono raccolti
in forme varie di attività e di associazioni che, in unione
particolarmente stretta con la gerarchia, si sono occupate e si
occupano di fini propriamente apostolici. Tra queste o anche
altre simili del passato, sono soprattutto da ricordare quelle
che, pur seguendo diversi metodi, hanno prodotto abbondantissimi
frutti nel regno di Cristo e, meritatamente raccomandate e
promosse dai romani Pontefici e da molti vescovi, hanno avuto da
essi il nome di Azione cattolica e spessissimo sono state
descritte come collaborazione dei laici all'apostolato
gerarchico. Queste forme di apostolato, si chiamino esse Azione
cattolica o con altro nome, esercitano oggi un apostolato
prezioso. Esse sono costituite dal concorso delle seguenti note
caratteristiche prese tutte insieme:
a) Fine immediato di tali organizzazioni è il fine apostolico
della Chiesa, cioè l'evangelizzazione e la santificazione degli
uomini e la formazione cristiana della loro coscienza, in modo
che riescano ad impregnare dello spirito evangelico le varie
comunità e i vari ambienti.
b) I laici, collaborando con la gerarchia secondo il modo loro
proprio, portano la loro esperienza e assumono la loro
responsabilità nel dirigere tali organizzazioni, nel ponderare
le circostanze in cui si deve esercitare l'azione pastorale
della Chiesa e nella elaborazione ed esecuzione del loro
programma di azione.
c) I laici agiscono uniti a guisa di corpo organico, affinché
sia meglio espressa la comunità della Chiesa e l'apostolato
riesca più efficace.
d) Questi laici, sia che si offrano spontaneamente, o siano
invitati all'azione e alla cooperazione diretta con l'apostolato
gerarchico, agiscono sotto la superiore direzione della
gerarchia medesima, la quale può sancire tale cooperazione
anche per mezzo di un " mandato " esplicito.
Le organizzazioni in cui, a giudizio della gerarchia, si trovano
tutte insieme queste note, si devono ritenere Azione cattolica,
anche se, per esigenze di luoghi e di popoli, prendono varie
forme e nomi. Il sacro Concilio raccomanda vivamente queste
istituzioni, che certamente in molti paesi rispondono alle
necessità dell'apostolato della Chiesa; invita i sacerdoti e i
laici che lavorano in esse a tradurre sempre più in atto le
note sopra ricordate e a cooperare sempre fraternamente nella
Chiesa con tutte le altre forme di apostolato.
LE CONFERENZE EPISCOPALI (Decr.
"Chirstus Dominus", 37)
37. In specie ai nostri tempi, i vescovi spesso so no
difficilmente in grado di svolgere in modo adeguato e con frutto
il loro ministero, se non realizza no una cooperazione sempre più
stretta e concorde con gli altri vescovi. E poiché le
conferenze episcopali--in molte nazioni già costituite--hanno
già dato prove notevoli di fecondità apostolica, questo santo
Sinodo ritiene che sia sommamente utile che in tutto il mondo i
vescovi della stessa nazione o regione si adunino periodicamente
tra di loro, affinché da uno scambio di esperienze e di pareri
sgorghi una santa armonia di forze, per il bene comune delle
Chiese. Questo Concilio perciò, a proposito delle conferenze
episcopali, stabilisce quanto segue.
Lo Spirito santificatore della
Chiesa(Cost. "Lumen Gentium", 4)
4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio
sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato
lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e
affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al
Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi è lo Spirito
che dà la vita, una sorgente di acqua zampillante fino alla
vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39); per mezzo suo il Padre ridà
la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno
risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11).
Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un
tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende
testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione
(cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella
pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella
comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni
gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef
4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa
ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla
perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa
dicono al Signore Gesù: " Vieni " (cfr. Ap 22,17).
Così la Chiesa universale si presenta come " un popolo che
deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo ".
LA CHIESA, REALTA' VISIBILE E
SPIRITUALE (Cost. "Lumen Gentium", 8)
8. Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra e
incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità di fede,
di speranza e di carità, quale organismo visibile, attraverso
il quale diffonde per tutti la verità e la grazia. Ma la società
costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo,
l'assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa
terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono
considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una
sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano
e divino. Per una analogia che non è senza valore, quindi, è
paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la
natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza,
a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile
l'organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo
che la vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,16).
Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo
una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro,
dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro (cfr. Gv
21,17), affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e
la guida (cfr. Mt 28,18ss), e costituì per sempre colonna e
sostegno della verità (cfr. 1 Tm 3,15). Questa Chiesa, in
questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste
nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai
vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo
organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di
verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla
Chiesa di Cristo, spingono verso l'unità cattolica. Come Cristo
ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le
persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la
stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza.
Gesù Cristo " che era di condizione divina... spogliò se
stesso, prendendo la condizione di schiavo " (Fil 2,6-7) e
per noi " da ricco che era si fece povero " (2 Cor
8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua
missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per
cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo
esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato
inviato dal Padre " ad annunciare la buona novella ai
poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito " (Lc
4,18), " a cercare e salvare ciò che era perduto" (Lc
19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti
sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e
nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e
sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro
cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, " santo,
innocente, immacolato " (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr.
2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del
popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno
peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di
purificazione, avanza continuamente per il cammino della
penitenza e del rinnovamento. La Chiesa " prosegue il suo
pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni
di Dio ", annunziando la passione e la morte del Signore
fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virtù del
Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e
amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di
dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con
fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a
che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza
della luce.
L'UNICO POPOLO DI DIO E'
UNIVERSALE (Cost. "Lumen Gentium", 13)
13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio.
Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve
estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si
adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in
principio creò la natura umana una e volle infine radunare
insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo
Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte
le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di
tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per
questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e
vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli
i credenti è principio di associazione e di unità,
nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna,
nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42). In
tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo
di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i
cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti
i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri
nello Spirito Santo, e così " chi sta in Roma sa che gli
Indi sono sue membra ". Siccome dunque il regno di Cristo
non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il
popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene
temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e
accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei
popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le
purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di
dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state
date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città
queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is
60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e
distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con
esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a
ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo
capo, nell'unità dello Spirito di lui. In virtù di questa
cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre
parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole
parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno
sforzo comune verso la pienezza nell'unità. Ne consegue che il
popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel
suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i
suoi membri c'è diversità sia per ufficio, essendo alcuni
impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia
per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato
religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono
un esempio stimolante per i loro fratelli. Così pure esistono
legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese
particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il
primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla
comunione universale di carità, tutela le varietà legittime e
insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non
pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva. E infine ne
derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima
comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le
risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati
infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si
applicano le parole dell'Apostolo: " Da bravi
amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi
metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto" (1 Pt
4,10). Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica
unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace
universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono
ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in
Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la
grazia di Dio chiama alla salvezza.
LE RELAZIONI ALL?INTERNO DEL
COLLEGIO EPISCOPALE (Cost."Lumen Gentium",23)
23. L'unità collegiale appare anche nelle mutue relazioni dei
singoli vescovi con Chiese particolari e con la Chiesa
universale. Il romano Pontefice, quale successore di Pietro, è
il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia
dei vescovi sia della massa dei fedeli. I singoli vescovi,
invece, sono il visibile principio e fondamento di unità nelle
loro Chiese particolari queste sono formate ad immagine della
Chiesa universale, ed è in esse e a partire da esse che esiste
la Chiesa cattolica una e unica. Perciò i singoli vescovi
rappresentano la propria Chiesa, e tutti insieme col Papa
rappresentano la Chiesa universale in un vincolo di pace, di
amore e di unità. I singoli vescovi, che sono preposti a Chiese
particolari, esercitano il loro pastorale governo sopra la
porzione del popolo di Dio che è stata loro affidata, non sopra
le altre Chiese né sopra la Chiesa universale. Ma in quanto
membri del collegio episcopale e legittimi successori degli
apostoli, per istituzione e precetto di Cristo sono tenuti ad
avere per tutta la Chiesa una sollecitudine che, sebbene non sia
esercitata con atti di giurisdizione, contribuisce sommamente al
bene della Chiesa universale. Tutti i vescovi, infatti, devono
promuovere e difendere l'unità della fede e la disciplina
comune all'insieme della Chiesa, formare i fedeli all'amore per
tutto il corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra
povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa
della giustizia (cfr. Mt 5,10), e infine promuovere ogni attività
comune alla Chiesa, specialmente nel procurare che la fede
cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità.
Del resto è certo che, reggendo bene la propria Chiesa come una
porzione della Chiesa universale, contribuiscono essi stessi
efficacemente al bene di tutto il corpo mistico, che è pure il
corpo delle Chiese. La cura di annunziare il Vangelo in ogni
parte della terra appartiene al corpo dei pastori, ai quali
tutti, in comune, Cristo diede il mandato, imponendo un comune
dovere, come già papa Celestino ricordava ai Padri del Concilio
Efesino. Quindi i singoli vescovi, per quanto lo permette
l'esercizio del particolare loro dovere, sono tenuti a
collaborare tra di loro e col successore di Pietro, al quale in
modo speciale fu affidato l'altissimo ufficio di propagare il
nome cristiano. Con tutte le forze devono fornire alle missioni
non solo gli operai della messe, ma anche aiuti spirituali e
materiali, sia da sé direttamente, sia suscitando la fervida
cooperazione dei fedeli. I vescovi, infine, in universale
comunione di carità, offrano volentieri il loro fraterno aiuto
alle altre Chiese, specialmente alle più vicine e più povere,
seguendo in questo il venerando esempio dell'antica Chiesa. Per
divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in vari luoghi
stabilite dagli apostoli e dai loro successori, durante i secoli
si sono costituite in vari raggruppamenti, organicamente
congiunti, i quali, salva restando l'unità della fede e l'unica
costituzione divina della Chiesa universale, godono di una
propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un proprio
patrimonio teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto
le antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne
hanno generate altre a modo di figlie, colle quali restano fino
ai nostri tempi legate da un più stretto vincolo di carità
nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei
doveri. Questa varietà di Chiese locali tendenti all'unità
dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa
indivisa. In modo simile le Conferenze episcopali possono oggi
portare un molteplice e fecondo contributo acciocché il senso
di collegialità si realizzi concretamente.
L'APOSTOLATO DEI LAICI (Cost.
"Lumen Gentium", 33)
33. I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti nell'unico
corpo di Cristo sotto un solo capo, sono chiamati chiunque essi
siano, a contribuire come membra vive, con tutte le forze
ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore,
all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione
permanente. L'apostolato dei laici è quindi partecipazione alla
missione salvifica stessa della Chiesa; a questo apostolato sono
tutti destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e
della confermazione. Dai sacramenti poi, e specialmente dalla
sacra eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità
verso Dio e gli uomini che è l'anima di tutto l'apostolato. Ma
i laici sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa
la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa
non può diventare sale della terra se non per loro mezzo. Così
ogni laico, in virtù dei doni che gli sono stati fatti, è
testimonio e insieme vivo strumento della stessa missione della
Chiesa " secondo la misura del dono del Cristo " (Ef
4,7). Oltre a questo apostolato, che spetta a tutti i fedeli
senza eccezione, i laici possono anche essere chiamati in
diversi modi a collaborare più immediatamente con l'apostolato
della gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che
aiutavano l'apostolo Paolo nell'evangelizzazione, faticando
molto per il Signore (cfr. Fil 4,3; Rm 16,3 ss). Hanno inoltre
la capacità per essere assunti dalla gerarchia ad esercitare,
per un fine spirituale, alcuni uffici ecclesiastici. Grava
quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare, perché il
disegno divino di salvezza raggiunga ogni giorno più tutti gli
uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Sia perciò loro
aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le
necessità dei tempi, anch'essi attivamente partecipino
all'opera salvifica della Chiesa.
I LAICI E LA GERARCHIA (Cost.
"Lumen Gentium", 37)
37. I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di
ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali
della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei
sacramenti; ad essi quindi manifestino le loro necessità e i
loro desideri con quella libertà e fiducia che si addice ai
figli di Dio e ai fratelli in Cristo. Secondo la scienza,
competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi
talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose
concernenti il bene della Chiesa. Se occorre, lo facciano
attraverso gli organi stabiliti a questo scopo dalla Chiesa, e
sempre con verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità
verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio,
rappresentano Cristo. I laici, come tutti i fedeli, con
cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori,
quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del loro
magistero e della loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò
l'esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla
morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà
dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio con le
preghiere i loro superiori, affinché, dovendo questi vegliare
sopra le nostre anime come persone che ne dovranno rendere
conto, lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13,17). I
pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e
la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri
del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli
uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e
margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano
delle opere anche di propria iniziativa. Considerino
attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le
richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino
e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella
città terrestre. Da questi familiari rapporti tra i laici e i
pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in
questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria
responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più
facilmente vengono associate all'opera dei pastori. E questi,
aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più
chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e
così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con
maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.
VOCAZIONE UNIVERSALE ALLA
SANTITA' (Cost. "Lumen Gentium", 40)
40. Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni
perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi
condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli
stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti
come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48). Mandò
infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad
amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la
mente, con tutte le forze (cfr Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda
come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di
Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a
titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù
nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti
veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e
perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio,
mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno
ricevuto. Li ammonisce l'Apostolo che vivano " come si
conviene a santi " (Ef 5,3), si rivestano "come si
conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di
misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza
" (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro
santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22). E poiché tutti
commettiamo molti sbagli (cfr. Gc 3,2), abbiamo continuamente
bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno
pregare: " Rimetti a noi i nostri debiti " (Mt 6,12).
È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel
Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza
della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale
santità promuove nella stessa società terrena un tenore di
vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli
usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle
donarle, affinché, seguendo l'esempio di lui e diventati
conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà
del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di
Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di
Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente
dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi.
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