L’esperienza di entrare in un carcere non è stata un’esperienza neutra. Il rumore dei cancelli che si chiudono dietro di noi, lo sguardo dei detenuti e delle guardie, l’aria di attesa e di silenzio: tutto invita a mettersi a nudo, a guardarsi dentro. È un incontro con l’umanità ferita, ma anche con la speranza che non muore.
Don Massimo ci ha consegnato il foglietto della messa e mi ha colpito il fatto che ci fosse scritto Parrocchia S.S. Martino e Benedetto (la sua parrocchia) e parrocchia Santa Maria Maggiore ad indicare un legame forte tra queste due realtà nella nostra Diocesi.
Durante la visita in carcere, abbiamo sperimentato la distanza tra libertà e privazione, ma anche la possibilità di riscoprire il senso profondo del Vangelo. Abbiamo ascoltato le parole di Gesù sul monte, lette da don Massimo, — “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” — ci siamo accorti che le Beatitudini parlano proprio a chi ha conosciuto la fragilità, la colpa, la perdita. Dentro quelle mura, le Beatitudini non sono un discorso astratto, ma una promessa concreta.
Gesù non chiama “felici” i perfetti o i forti, ma coloro che portano in sé una ferita aperta: i poveri, i miti, i perseguitati, coloro che piangono. Quei volti che abbiamo incontrato in carcere — segnati dal dolore, dal rimorso, dalle fatiche, ma anche dal desiderio di ricominciare — incarnano questa verità evangelica. È lì che Dio si rende vicino, trasformando la croce quotidiana in possibilità di rinascita.
Dopo la messa c’è stato un momento di confronto tra noi ospiti e i detenuti sulla felicità. Alla luce delle Beatitudini, la felicità non è assenza di sofferenza o pieno possesso delle cose, ma un modo nuovo di guardare la vita. È scelta di fiducia, di misericordia, di accoglienza. È la capacità di riconoscere il bene anche laddove sembra mancare tutto. Questo, un luogo di pena, può diventare anche un luogo di grazia, dove si sperimenta che non tutto è perduto e che ogni storia, anche la più spezzata, può conoscere una risurrezione, I piccoli gesti di aiuto tra i vari detenuti possono diventare un piccolo segno di felicità. Le riflessioni dei detenuti ci hanno fatto riflettere su cosa sia la vera felicità — non quella che si compra o si conquista, ma quella che nasce dal sentirsi amati anche quando si è sbagliato. Qualcuno ha ricordato che le Beatitudini ci mostrano che la felicità è un cammino di libertà interiore, più profondo delle catene esteriori. Forse, proprio dietro le sbarre, abbiamo sentito, che la libertà più vera e la gioia più piena nascono quando si accoglie l’amore delle persone che vengono a trovarci.
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